Don Angelo Moriconi, un prete per amico

Scritto da Edoardo Ridolfi. Postato in Persone

 

Per terra o per mare, con le scarpe sporche di sabbia o gli schizzi d'acqua salata sul viso, la voglia prepotente di spingersi a partire e di andare oltre. È un po' l'essenza della vita di don Angelo Moriconi, nato a Grello, ultimo di sette figli, il 18 maggio del 1925.
Non inganni l'età, ha ancora la baldanza e la lucidità mentale di un ventenne, la sua figura curva sotto il peso degli anni, si staglia in lontananza possente e massiccia, somigliando quasi a quella di Giovanni Paolo II. Ci accoglie nella sua casa parrocchiale di Fossato di Vico, i libri arrivano fino al soffitto, gli scaffali si confondono con le pareti e le pagine sfumano dal bianco più brillante al giallo tenue.

IL SEMINARIO - "Nel 1936 sono entrato in seminario, luogo che ti permetteva di studiare, ed è lì che ho fatto la quinta elementare. Finite le medie, sono passato dal seminario di Nocera che contava settanta ragazzi a quello di Assisi dove ho frequentato il Liceo Classico e Teologico. Magari possono sembrare le solite frasi fatte, ma era un mondo completamente diverso: basti pensare che mi accompagnava mio zio Tobia con il cavallo, non c'erano vacanze fuorché quelle estive, si stava lì da ottobre fino a giugno e ovviamente la mancanza della famiglia si sentiva. 

All'epoca solo uno su dieci iscritti al seminario proseguiva con la vita ecclesiastica, e così il 10 luglio 1949 fui ordinato sacerdote presso la Cattedrale di Gualdo Tadino. Il 24 luglio venni inviato immediatamente a Sassoferrato, che faceva parte della diocesi storica con Gualdo Tadino e Nocera Umbra."

PEPPONE E DON CAMILLO - Il seminario tende a tenere fuori don Angelo dalle ombre lunghe della guerra. Quelli erano gli anni di Alcide De Gasperi, che a causa dell'influenza statunitense, il 31 maggio di due anni prima aveva costituito un nuovo governo senza ministri comunisti e socialisti. Il pensiero del democristiano De Gasperi si rispecchiava in Papa Pio XII che con un atto clamoroso a livello mondiale, scomunicò i cristiani che si dichiaravano comunisti. "Ricordo bene la scelta di Papa Pacelli - racconta don Angelo col sorriso, senza perdere minimamente il filo del discorso - io tenevo messa a Melano, frazione di Fabriano, e nel momento della lettura dell'atto per stemperare la tensione aggiunsi: "tutti i comunisti possono tranquillamente riportare anche quadri e crocifissi", una voce del fondo si alzò e mi rispose:"ma li hai pagati tu?". 

Era una chiesa diversa, una chiesa politicamente militante che oggi sarebbe impensabile: ricordo benissimo quando attaccavamo i manifesti per la Dc ed eravamo convinti che qualche comunista ci seguisse per picchiarci. Scene da Peppone e Don Camillo".

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LA SVOLTA - "Nel 1952 ebbi modo di fare un'esperienza presso l'istituto missionario a Forlì, dove seguii un corso di preparazione che mi avrebbe orientato verso tre destinazioni: Belgio, il cuore dell'Africa o il Brasile: senza dubbi scelsi quest'ultima. In famiglia erano tutti contrari, arrivarono addirittura al punto di scrivere al vescovo ma fu inutile, la mia volontà prevalse su tutto e tutti. Partii nel 1955, non con l'aereo ovviamente, ma in nave: fu una traversata di undici giorni da Genova fino a Rio de Janeiro.
All'arrivo ero completamente stremato, avevo vomitato per tutto il viaggio e dalla stanchezza non riuscivo neppure a leggere. Pochi giorni dopo presi un aereo per il sud e il 4 agosto 1955 ero finalmente a Paso Fundo, a meno di 300 km dal confine argentino.
Ho passato diversi anni in quelle zone, orbitando nei vari comuni dello stato di Rio Grande do Sul, come a Tapera, cittadina di cinquemila abitanti. Stavo in una parrocchia centrale distante almeno trenta chilometri dalle diverse comunità famiglie, formate anche da ventimila abitanti ciascuna.
Erano tante e lontane, così poteva intercorrere anche un mese tra una mia visita e l'altra: in quelle occasioni facevo di tutto, dai battesimi alle comunioni. Mi muovevo con un cavallo e in quegli anni ho imparato a conoscere la realtà brasiliana, fatta di piccoli proprietari agricoli forti nella fede, ma schivi al sacerdozio. In quel periodo costruimmo un collegio primario, una chiesa e un salone parrocchiale. Rientrai in Italia nel 1968 per un corso di aggiornamento ed era sempre curioso vedere come ogni qualvolta tornassi nel mio Paese, (dal 1955 era tornato solo una volta, nel 1960 ndr) ci fossero sostanziali cambiamenti in tutti gli ambiti.”

AMAZZONIA E RIO - Così mentre con il boom economico un nuovo universo di oggetti da contemplare, desiderare, comprare si apre davanti a un numero grandissimo di persone, don Angelo decide di volere un'esperienza ancora più forte e nel 1969 parte per l'Amazzonia. "Lì il clima era completamente diverso. Quando dovevo visitare le diverse parrocchie, composte prevalentemente da indigeni, ero solito risalire il fiume. Il pensiero di farmi il bagno era terribile, appena uscivo dall'acqua le zanzare mi assalivano, regalandomi punture su tutto il corpo.
Dopo l'Amazzonia ritornai a Gualdo nel 1974, ma mi resi conto che eravamo troppi preti per quel numero di abitanti, in Brasile c'era un sacerdote per migliaia di fedeli e qui addirittura uno per ogni quartiere. Il desiderio profondo di ripartire non si era mai placato, e così nel 1983, sfogliando le pagine di Famiglia Cristiana, lessi un annuncio in cui si cercava un prete per Rio de Janeiro. Nonostante i quasi sessanta anni non ci pensai due volte.
L'esperienza a Rio fu la più forte, lì bisognava stare in "campana" e dovetti giostrarmi con diversi problemi all'interno delle favelas: dai ladruncoli che ci rubavano il cemento per costruire la chiesa, al boss che spacciava droga. In quegli anni conobbi la povertà, quella vera che ti priva di tutto e ti isola dal mondo. Sembrerà assurdo, ma io volevo restare. Nel 1989 però il vescovo Sergio Goretti mi fece tornare e mi affidò la parrocchia di Fossato di Vico, dove sono rimasto per tutti questi anni”.

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L’INCONTRO CON PAPA FRANCESCO - L'anno scorso in udienza a Roma ho avuto la possibilità di incontrare Papa Francesco. Alcuni amici che erano con me gli hanno detto:"Santità, questo sacerdote ha novanta anni!". Lui mi ha guardato amorevolmente e mi ha risposto:"Qual è la ricetta?”
La forza di don Angelo è stata di trovare la ricchezza nel sorriso di chi non ha niente, vivendo con i poveri, lontano da invidia e intolleranza e sempre con una gioia e una serenità contagiose che lo hanno fatto amare da tutti i suoi parrocchiani . È stato partecipe di una chiesa povera, anticipando un concetto con cui Papa Francesco ama chiosare i suoi discorsi:"Abbiamo bisogno di una Chiesa povera per i poveri".

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